In punta di matita. di Ivan Quaroni

Nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, il Vasari scriveva che il disegno altro non è che “un’apparente espressione e dichiarazione del concetto che si ha nell’animo, e di quello che si è nella mente imaginato e fabricato nell’idea”1. Tra tutte le forme espressive, infatti, esso occupa la posizione più prossima alle idee, essendo la più originaria forma concettuale, una sorta di sismografo sensibile e fedele dei sommovimenti dell’animo umano, ma anche dei progetti, dei propositi e delle visioni che albergano nella mente e si agitano nella psiche. Non è un caso, dunque, che la letteratura critica, da Vasari in poi, abbia suddiviso il reame della pittura in due scuole distinte, quella del colore e quella del disegno. Tanto che il pittore e critico Paolo Pino, nel suo Dialogo della pittura, pubblicato a Venezia nel 1548, affermava che se “Michelangelo e Tiziano [N.d.R.:
campioni rispettivamente del disegno e del colore] fossero un corpo solo sarebbe personificato “il Dio della pittura”2. Il disegno è quindi il gesto sorgivo, originario, dal quale promana l’arte. In passato, esso era ritenuto alla stregua di una fase preparatoria, necessaria per il compimento di un’opera pittorica, scultorea o architettonica. Come bozza, schizzo, cartone o progetto, il disegno assolveva, infatti, una funzione organica e strutturale, ma non possedeva una vera e propria autonomia espressiva. Naturalmente, col passare del tempo, le evoluzioni e le rivoluzioni della Storia dell’Arte hanno restituito al disegno il ruolo che merita.
Recentemente esso ha assunto un’importanza strategica in alcuni ambiti
espressivi, come il Neofolk, dove il recupero di atmosfere retrò passa attraverso la scelta di strumenti espressivi “caldi”. I disegni di artisti come il canadese Marcel Dzama e l’americana Amy Cutler, ad esempio, mostrano come questo medium, abbinato ad uno stile apparentemente fiabesco, si presti alla rappresentazione ironica e inquietante di storie di ordinaria follia. Lo stesso si può dire dei disegni di Yoshitomo Nara, dove lo stile infantile viene usato per illustrare le bislacche avventure di un manipolo di bambine dispettose e cattive, ma con un’attenzione particolare alle atmosfere dei manga. Nell’opera di Raymond Pettibon, invece, il disegno, inizialmente maturato nell’ambito della grafica punk e del fumetto underground, acquista col tempo una propria Raison d'être fino a diventare qualcosa di completamente nuovo e originale. Insomma, la lista degli artisti che usano oggi il disegno come forma compiuta e definitiva è lunga, tanto da spingere un’importante la casa editrice inglese come Phaidon Press a dedicare
all’argomento il volume Vitamin D.
Per Luca Beolchi, il cui stile fluttua tra tentazioni fumettistiche e inclinazioni
favolistiche, il disegno è non tanto la traduzione fedele di una visione ottica, di un’immagine mimeticamente aderente alla realtà, ma piuttosto la trascrizione di uno stato d’animo, di una suggestione indefinita, talvolta sfuggente. “Trovo che mentre nell'impostazione classica e accademica della copia dal vero, bisogna educare lo sguardo, la mano”, racconta l’artista, “nell'impostazione non accademica ci sia più libertà e quindi meno finzione, meno scuola”. In un certo senso, Beolchi segue un proprio ritmo privo di partitura, improvvisato come certa prosa beat, quella del Burroughs più lisergico e quella del Kerouac de I Sotterranei. Tuttavia, questo suo modus presenta una serie di elementi ricorsivi, di jingle e refrain che formano una sigla stilistica precisa. Primo fra tutti il tratto esile, sottile, ma non incerto, come il suono di uno strumento a canna, limpido e dritto. Poi una
gamma cromatica giocata su toni tenui, tracciati in punta di matita con mano leggera, lasciando spazi bianchi tra i segni, quasi a formare un pattern a maglie larghe. Infine, la creazione d’immagini chimeriche, sognanti, che da un lato richiamano alla memoria i grilli della tradizione greco-romana e gotica3, con quel misto di capriccio e bizzarria, e dall’altro sono debitrici dello stile manga, per quella speciale attenzione verso l’universo infantile dei cuccioli e dei pupazzi. Se fosse giapponese, Luca Beolchi sarebbe un artista kawaiii. Questo termine, corrispettivo dell’inglese cute (letteralmente “carino”), indica un tipo di estetica connessa con uno stile disegnavo denominato Super Deformed o SD. Si tratta di uno stile caricaturale dove i personaggi sono tratteggiati con evidenti, ma
significative, sproporzioni anatomiche, come il corpo minuto e la testa abnorme. Si tratta di deformazioni usate dai disegnatori manga per accentuare l’espressività dei personaggi, che in seguito sono state adottate anche da artisti del movimento Superflat come Takashi Murakami, Yoshitomo Nara, Shinatsu Ban e Aya Takano.
Sebbene, nei disegni di Luca Beolchi prevalgano atmosfere liriche e sognanti, che lo avvicinano più alla sensibilità neofolk che alla chiassosa ed edulcorata galassia New Pop. Un’attitudine che in Beolchi si traduce in una netta propensione verso la rarefazione. “Vedo una corrispondenza diretta tra finezza formale e poesia”, ammette l’artista, “perché più una cosa è fine, più il fruitore la percepisce come poetica e profonda. Anche la pulizia e gli spazi vuoti sono importanti. Prima tendevo a riempire più che potevo la superficie del foglio, adesso invece mi piace che ci sia molto respiro, come se lo spazio fosse esitazione, sospensione indefinita”.
Quello di Beolchi è dunque un disegno discreto, che dispone le figure sul bianco del foglio con pudore, quasi si trattasse di delicate epifanie. Ogni immagine è, infatti, un racconto ambiguo, aperto a molteplici interpretazioni, dove si muovono personaggi in bilico tra incubo e fiaba, sospesi in una dimensione mediana tra il fantastico e il quotidiano. Beolchi inventa addirittura un alfabeto d’icone ricorrenti, come l’ambulanza, i pesci, gli ombrelli, le strane torri futuribili, oppure certe bizzarre forme organiche dall’aspetto vagamente sinistro, che sembrano proiezioni del subconscio dell’artista. Se c’è, infatti, un tratto misterioso nell’universo, tutto sommato sereno, di Beolchi, esso consiste proprio nell’eccentricità di quelle forme che sfuggono alla normale caratterizzazione tipologica dei personaggi.
Non parlo degli esseri ibridi che costellano frequentemente le sue visioni, dai cani bicefali ai conigli-ombrello, ma di quelle specie di nubi oscure dotate di ruote, che compaiono in disegni come contenitore metaforico e pensieri primaverili e ansia o in ritratti fantastici come uomo, aglio, castagna. Come spiega lo stesso Beolchi, “mi interessa la non-realtà, una specie di assenza di trama, che però mette in gioco passione, moti di entusiasmo, illusioni e disillusioni”. D’altra parte, come scriveva Oscar Wilde, “Nessun grande artista vede mai le cose come realmente stanno. Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista”.

1 Giorgio Vasari, Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, pag. 73, Newton & Compton Editori, 2003, Roma.
2 Julius Shlosser Magnino, La Letteratura artistica, pag. 242, La Nuova Italia Editrice, 1996, Scandicci (Firenze).
3 Si veda Jurgis Baltrušaitis, Il Medioevo Fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica, Adelphi,
1997, Milano.

In punta di matita
di Ivan Quaroni
catalogo Matite 2009